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Per chi ucciso dalla mafia e dal terrorismo non muore mai nel nostro ricordo

L’Italia come tutti sappiamo è stato uno dei luoghi in cui la mafia ha mietuto più vittime. Per non dimenticare e per onorare Giovanni Falcone ucciso il 23 maggio 1992, proprio il giorno dopo in quest’articolo vogliamo  raccontare dei magistrati uccisi dalla mafia mentre compivano il proprio lavoro perché ricordare è un dovere di ogni giorno.

Pietro Scaglione, nato a Palermo il 2 marzo 1906 fu un magistrato italiano assassinato da Cosa Nostra. Il 5 maggio 1971, dopo aver salutato la moglie nel cimitero dei cappuccini a Palermo, si recò insieme alla sua scorta al Palazzo di Giustizia, quando tre assassini, mandati da una famiglia mafiosa, esplosero numerosi colpi d’arma da fuoco contro lui e la sua scorta determinandone la morte.

Francesco Ferlaino, magistrato,  il giorno 3 luglio 1975 all’ora di pranzo si stava recando nella propria casa a Lamezia Terme di ritorno da Catanzaro, dove aveva appena finito il suo impiego come Avvocato Generale presso la corte d’Appello di Catanzaro. Appena sceso dalla macchina, fu colpito da due pallottole, esplose da sicari mandati dalla ‘Ndrangheta. Le inchieste condotte non hanno portato ad alcuna condanna.

Francesco Coco, l’8 giugno 1976 mentre rincasava a Genova di ritorno dall’ ufficio venne colpito a morte da cinque colpi di rivoltella, e con lui i due agenti di custodia (il brigadiere Giovanni Saponara e l’appuntato Antioco Deiana) da cinque sicari. Lo stesso giorno, due ore dopo, nell’aula della corte di Torino avveniva il processo contro noti esponenti delle brigate rosse che rivendicarono il triplice omicidio direttamente in tribunale.

Vittorio Occorsio, il 10 luglio 1976 verso le otto del mattino lasciò la sua abitazione in via Mogadiscio a Roma per recarsi nel Palazzo di Giustizia quando venne raggiunto dalle raffiche di mitra di due killer a bordo di una moto. All’interno della sua macchina crivellata di colpi venne rinvenuto un volantino con cui il “Movimento politico di Ordine Nuovo” rivendicava questo omicidio. Vittorio era ritenuto colpevole di “avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica perseguitando i militanti di Ordine Nuovo e le idee di cui essi sono portatori”. Probabilmente però i motivi erano altri, infatti il magistrato negli anni ’70 aveva istruito il processo per la strage avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano in Piazza Fontana, presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura. Per il suo omicidio sono stati incarcerati i due assassini e non i mandanti.

Riccardo Palma era il direttore della Direzione Generale degli Studi di Prevenzione e Pena. Fu ucciso mentre saliva in macchina per andare a lavorare da 14 colpi di mitra in via Forlì presso il Teatro delle Muse. Lasciò orfane due figlie. Nel corso della stessa giornata le Brigate Rosse ne rivendicarono l’assassinio.

Girolamo Tartaglione era sostituto procuratore della Repubblica a Santa Maria Capua Vetere e a Napoli. Proseguì la sua carriera in magistratura come consigliere della Corte di Appello di Bari sino ad assumere le funzioni di consigliere della Corte Suprema di Cassazione. A 65 anni accettò l’incarico presso l’allora Ministero di grazia e giustizia come Direttore generale degli Affari penali. Martedì 10 ottobre 1978 venne raggiunto dai colpi di pistola di due sicari delle Brigate Rosse nell’ingresso della sua abitazione mentre, rientrato dal lavoro al Ministero, stava per entrare in ascensore. L’ omicidio venne rivendicato tramite un volantino recapitato al Corriere della sera.

 

Fedele Calvosa nato il 3 ottobre  1919, magistrato e Procuratore presso il tribunale di  Frosinone fu ucciso l’8 novembre 1978 mentre era diretto a Frosinone a bordo della macchina d’ordinanza insieme alla sua scorta (Giuseppe Pagliei, Giuliano di Roma  e il suo autista  Luciano Rossi). I terroristi appartenevano alle  Formazioni Comuniste Combattenti; il gruppo di assassini era formato da tre uomini e una donna. Uno ucciso per errore dagli stessi compagni, gli altri fuggiti.

Emilio Alessandrini applicò un notevolissimo impegno nell’istruzione del processo per la strage di Piazza Fontana quando fu trasmessa dall’autorità di Roma a quella di Milano. La mattina del 29 gennaio 1979 dopo aver accompagnato il figlio a scuola si recò a piedi in ufficio. Venne raggiunto da due sicari che, mentre aspettava ad un semaforo, lo freddarono con numerosi colpi di pistola. In quella stessa mattina l’omicidio fu rivendicato dalla “Formazioni Comunisti Combattenti”.

Nicola Giacumbi fu un magistrato morto per mano di uomini assoldati dalle Brigate Rosse. Il 16 marzo 1980 stava tornando a casa a Salerno insieme alla moglie, quando due assassini uscirono da una macchina parcheggiata in prossimità dell’abitazione. Avvicinatisi al magistrato, lo uccisero con numerosi colpi d’arma da fuoco.

Girolamo Minervini svolse un’intensissima attività in magistratura, profondendo il suo impegno in settori vari e distinguendosi in tutti per l’apporto professionale, culturale ed organizzativo fornito. Minervini fu ucciso nel 1980, vittima di un attentato delle Brigate Rosse, il giorno successivo all’assunzione dell’incarico di Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena.

Guido Galli svolgeva le funzioni di giudice istruttore penale presso il tribunale di Milano. Il suo impegno culturale e professionale nel campo del diritto veniva esercitato anche in sede universitaria, nel cui ambito Galli teneva corsi di criminologia prima presso l’Università di Modena e successivamente presso quella di Milano. Fu assassinato il 19 marzo 1980 a Milano da un nucleo armato di “Prima Linea” a causa della sua azione di magistrato contro il terrorismo. Fu lui infatti a concludere la prima maxi-inchiesta partita nel settembre del 1978.

Mario Amato nato a Palermo il 24 novembre 1937 fu un magistrato. Mentre rivestiva il ruolo di sostituto procuratore della Repubblica di Roma, fu assassinato dai Nuclei Armati Rivoluzionari, a causa delle indagini da lui espletate nell’ambito dell’inchiesta sull’eversione neofascista nella città.

Gaetano Costa fu dal 1966 al 1978 Procuratore della Repubblica a Caltanissetta e nel luglio 1978 diventò nuovo Procuratore della Repubblica di Palermo. Il 6 agosto 1980 verso le ore 19:15, uscì dalla sua abitazione a Palermo per fare una passeggiata a piedi. Si trovava nella centrale Via Cavour; improvvisamente, venne colpito alle spalle da uno sconosciuto con tre colpi di pistola.

Il 29 luglio 1983 nella tranquillità mattutina, a Palermo, all’altezza del civico 59 dove abitava Rocco Chinnici, Consigliere istruttore del Tribunale di Palermo, esplose violentemente una Fiat 126 carica di esplosivo mandata dall’organizzazione di Cosa Nostra.
Morì Chinnici, che stava salendo in macchina per recarsi in Tribunale, il Maresciallo dei Carabinieri Mario Trapassi e l’Appuntato Salvatore Bartolotta, addetti al servizio di scorta del magistrato, nonché il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi; vennero ferite altre 19 persone, fra le quali quattro Carabinieri addetti alla tutela di Chinnici. Il magistrato, nominato Consigliere istruttore aggiunto presso il Tribunale di Palermo nel gennaio 1975 e Consigliere istruttore del medesimo ufficio nel gennaio 1980 conduceva indagini di assoluta rilevanza e delicatezza, avvalendosi di un pool di colleghi di alto valore, tra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 

Antonino Saetta fu presidente della 1° corte d’Assise d’Appello di Palermo. La sera del 25 settembre 1988 partì insieme a suo figlio per raggiungere la moglie a Palermo quando, percorrendo la S.S. 640, la vettura fu affiancata da un’altra auto da cui i sicari iniziarono a sparare. La macchina del magistrato di fermò dopo 100 metri in una regolare sosta e qui gli assassini scesero accertarsi della morte dei due passeggeri. Solo dopo anni di indagini, nel 1996 sono stati condannati all’ergastolo, dalla Corte d’Assise di Caltanissetta, per il duplice efferato omicidio, i capimafia Salvatore Riina, Francesco Madonia, e il killer Pietro Ribisi.

Rosario Angelo Livatino era un magistrato nato a Canicattì nel 1952. Svolgeva funzioni di sostituto procuratore della repubblica presso il Tribunale di Agrigento quando nel 1989 venne trasferito al Tribunale di Agrigento in qualità di giudice addetto alla sezione penale.
Il magistrato si occupava di delicati procedimenti concernenti persone associate alla mafia. Il 21 settembre 1990, Livatino si allontanò in macchina da Canicattì dove risiedeva per recarsi ad Agrigento presso il Tribunale; giunto a 5 Km da quest’ultima località, vennero esplosi vari colpi di arma da fuoco contro la sua auto. Il magistrato fuggì a piedi attraverso la scarpata sottostante, dove, inseguito dagli aggressori scesi da una motocicletta, venne ucciso.

Antonio Scopelliti nato a campo Calabro, 20 gennaio 1935 era un magistrato che più volte fu titolare di processi di notevole rilievo. Anche per questo il 9 agosto 1991, mentre era nella sua automobile, fu affiancato da un’auto mandata da Cosa Nostra, dalla quale vennero esplosi due colpi di arma da fuoco che lo colpirono al collo. L’auto con a bordo Scopelliti precipitò in un vigneto sottostante, capovolgendosi e uccidendo il magistrato.

Giovanni Salvatore Augusto Falcone, magistrato nato a Palermo il 18 maggio 1939, fu assassinato il 23 maggio 1992 con la moglie Francesca Morvillo (anch’essa magistrato) e tre uomini della scorta (Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani) nella strage di Capaci per opera di Cosa Nostra. I coniugi stavano percorrendo, a bordo di un’auto blindata scortata da altre due vetture blindate, l’autostrada che congiunge l’aeroporto di Punta Raisi con Palermo, quando, all’altezza della località «Capaci», ebbe luogo una violentissima esplosione che creò un profondo cratere nella sede stradale.

Assieme al collega e amico Paolo Borsellino, Giovanni Falcone è considerato una delle personalità più importanti e prestigiose nella lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale.

Paolo Borsellino fu un grande amico di Giovanni Falcone e partecipò all’istruzione (assieme anche a Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello) del maxi-processo contro la mafia, con 707 imputati, che impose ai magistrati un lavoro di indagini di assoluta complessità e delicatezza e che si concluse con la redazione di una sentenza-ordinanza di oltre 8.000 pagine. Il giorno 19 luglio 1992, a meno di due mesi dall’eccidio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta, in occasione della abituale visita a sua madre in Via D’Amelio a Palermo, Paolo Borsellino venne investito dalla deflagrazione violentissima di un’autovettura FIAT 126 parcheggiata di fronte al portone. Restarono coinvolte le abitazioni circostanti e numerose vetture parcheggiate nelle vicinanze. Così il magistrato perse la vita, e con lui cinque agenti: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Limuli.

Questi sono alcuni degli eroi troppo spesso dimenticati dalla società, le cui figure vengono messe in ombra dall’ignoranza o altri avvenimenti che sono accaduti. Potremmo ricordare ancora Carlo Alberto Dalla Chiesa, Peppino Impastato o Rita Atria e con loro tutti quelli che da semplici cittadini inermi sono caduti in quegli anni terribili.

I tempi sono cambiati: infatti, adesso, finiti gli anni di piombo e delle grandi stragi mafiose, sono poche le persone che vengono uccise per gli stessi motivi che hanno portato alla morte tutti quelli citati. Quindi sorgono delle domande:  la mafia non uccide più perché è stata debellata o perché non ne ha più bisogno? E se non ne ha più bisogno, per quale motivo? Ormai ha le mani in pasta ovunque? E se il sistema ormai è compromesso, come facciamo noi della nuova generazione a risanarlo? Il terrorismo politico è invece ormai parte della Storia,

Lorenzo Dominizi & Matteo Molteni

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