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IL TRISTE FENOMENO DELLE SPOSE BAMBINE

Nel mondo sono oltre 37.000 le bambine costrette a sposarsi ogni giorno. Quella delle spose bambine è una vera e propria piaga che riguarda molti paesi, soprattutto quelli africani. I numeri, purtroppo, sono in costante crescita: oggi sono 720 milioni circa le donne che si sono sposate prima della maggiore età, circa 250 milioni aveva meno di 15 anni. Nonostante i progressi fatti per arginare questo fenomeno, il numero è destinato ad aumentare, se non s’interverrà con politiche più efficaci. I dati sono riportati nell’ultima edizione del dossier “InDifesa: la condizione delle bambine e delle ragazze del mondo”, pubblicato da Terre Des Hommes l’11 ottobre scorso, in occasione della giornata mondiale delle bambine proclamata dall’Onu. Proprio da questo studio emerge come troppe bambine, prima della maggiore età, siano vittime dei cosiddetti matrimoni precoci, costrette a pronunciare un sì di cui non capiscono neanche il significato, mentre per loro sarebbe giusto continuare a studiare, giocare, vivere e comportarsi come bambine, quali sono. Il fenomeno è diffuso in India, Asia, Africa e America Latina. Le cause all’origine di quest’atrocità sono tante: per molte famiglie, soprattutto povere, le figlie femmine rappresentano un onere, basti pensare alla dote, sono una bocca in più da sfamare, che, dopo il matrimonio, non avrà più alcun legame con la famiglia d’origine, entrando a far parte di quella del marito. Le conseguenze sono gravi: le ragazze abbandonano la scuola, del resto per i loro genitori l’istruzione è di secondaria importanza, rimanendo vittime di violenze e soprusi. Il 27 ottobre scorso, in Piazza Santa Maria in Trastevere a Roma, è stato organizzato da Amnesty International Italia il matrimonio tra Giorgia, 10 anni e Paolo, 47 anni. Si trattava di un finto matrimonio forzato per raccontare il triste fenomeno, diffondere la campagna “mai più spose bambine” , volta a bandire la pratica delle nozze forzate nel mondo, prevenire e proteggere le bambine e le ragazze sopravvissute alla violenza, garantendo loro un efficace accesso ai servizi sanitari e a scelte consapevoli riguardanti il proprio corpo.

La modella Waris Dirie   oggi è il portavoce ufficiale della campagna dell’Onu nella lotta contro le mutilazioni femminili e, all’apice del successo, ha deciso di raccontare la sua storia in un film,  “Fiore del Deserto”.  Nata in un villaggio della Somalia da una famiglia di nomadi che aveva 12 figli, da piccola, intorno all’età di tre anni, subì l’infibulazione, che comporta la mutilazione degli organi genitali femminili; quando aveva 13 anni il padre la vendette come sposa a un uomo di sessant’anni. Waris non accettò  il suo destino e fuggì a Mogadiscio dalla nonna e poi a Londra nella residenza dello zio ambasciatore, dove fece la  cameriera. Quando l’uomo fu richiamato in Somalia, lei decise di restare in Inghilterra. Sola e senza sapere né leggere, né scrivere, iniziò a guadagnarsi da vivere svolgendo lavori molto umili, fino a quando un celebre fotografo di moda, Terry Donaldson, affascinato dalla sua bellezza e dalla sua innocenza, la convinse a posare per lui. All’improvviso il suo destino cambia: inizia una fortunatissima carriera da modella. Un film molto triste, che lascia l’amaro in bocca, ma sicuramente vale la pena vederlo. Infatti, a causa di questa barbara tradizione, ancora oggi oltre 200 milioni di bambine nel mondo rischiano di morire a seguito delle infezioni o delle emorragie che provoca. Questa pratica antichissima di natura più culturale che religiosa, risalente ai tempi degli egizi, degli etiopi e dei fenici, è praticata dagli islamici tanto quanto dai cristiani, per assicurarsi che la donna arrivi “pura ” al matrimonio.

Martina Vulcano