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“THE POST: CERA UNA VOLTA OGGI”

Journalism is the first rough draft of history“. Il giornalismo è la prima bozza della Storia. Motto di Philip Graham, stimatissimo editore del Washington Post che nel 1946 aveva ereditato il giornale dal suocero. In seguito al suicidio di Phil (così lo chiamavano gli amici), Katharine Graham, sua moglie, divenne a sua volta editrice del Post e quindi dell’azienda della sua famiglia. Successivamente la sua figura sarebbe diventata addirittura più importante di quella del padre e del marito. Ed è proprio lei al centro di questo film.

Se un regista come Steven Spielberg ha deciso di realizzare un’intera pellicola sulla figura di questa donna e sulla difficile scelta che si trovò ad affrontare all’inizio degli anni ’70, non è per gli allori e le onorificenze (tra cui un Pulitzer) che riceverà nel prosieguo della sua carriera, ma proprio perché, alla morte del padre, il Washington Post non finì in mano sua, in quanto erede naturale, ma del suo compagno. C’è una scena particolarmente significativa in cui i membri del consiglio di amministrazione parlano appunto della scelta di lasciare le redini del giornale al genero e non alla figlia del vecchio proprietario e la commentano come una scelta saggia e sensata, lasciando intuire che questa la direbbe lunga sulla mancanza di carattere della donna. L’intervento di Ben Bradlee, il direttore d

el giornale interpretato da Tom Hanks, è lapidario: dice semplicemente: “Io ho sempre pensato che fosse solo un segno del tempo in cui viviamo”.

La forza di un film come “The Post” è riuscire a raccontare un avvenimento importante, se non addirittura storico, come quello presente nell’ottima sceneggiatura di Liz Hannah e Josh Singer (già premio Oscar per “Il caso Spotlight”), senza per questo limitarsi al passato. Il racconto della vicenda legata ai cosiddetti Pentagon Papers e il susseguente braccio di ferro tra il governo Nixon e due dei principali quotidiani USA, avrebbe al suo interno già tutti gli elementi adatti per diventare un classico; ma è l’intelligenza e la bravura di un regista come Spielberg a fare in modo che diventi molto di più, trasformandolo in uno specchio della società di oggi.

 

Perché sebbene “The Post” sia un film molto classico e perfettamente inserito in un filone tradizionale del cinema statunitense, è impossibile non notare come proprio oggi, in un periodo in cui si è chiamati ad affrontare sia il problema delle fake news che le legittime richieste del movimento femminista Time’s Up, sia soprattutto un film necessario e, soprattutto, urgente. Quindi non solo un film che racconta la Storia, ma una pellicola che in qualche modo si mette al servizio di quello che sta tuttora avvenendo. E così facendo ne alimenta il dibattito. Non è femminista, ma in qualche modo dice più cose sul (neo)femminismo di quanto siano riusciti a fare opere ben più politicizzate e pubblicizzate. Non è nemmeno un film propriamente politico, perché non ha una sua agenda se non quella di ricordare l’indiscutibile e insindacabile necessità di mantenere la stampa libera da ogni condizionamento.

Se poi assume una valenza politica non è “colpa” di Spielberg, che, anzi, tratta argomenti difficili e scottanti con grande eleganza e delicatezza. Mette al centro gli uomini e non la politica. I diritti e non l’abuso di potere. Infatti ci regala un bellissimo e consolatorio finale in cui semplicemente vediamo un quotidiano che viene stampato e poi distribuito. Non è vendetta, non è giustizia, non è un messaggio politico. È semplicemente un gioioso inno alla libertà, ma anche un ammonimento a ricordare il peso e la responsabilità di quel che ogni giorno viene scritto e “stampato”… a volte con troppa leggerezza.

Leggerezza che in questo film non c’è mai. C’è un po’ di ironia; ci sono due ore che scorrono con grande piacevolezza così come maestose interpretazioni. Ma ogni attimo di “The Post” trasuda il senso di enorme responsabilità che pesa su ognuno dei personaggi e la devozione verso un lavoro che è quasi una missione. Proprio per questo a brillare è soprattutto la divina Meryl Streep, che si porta a casa la ventunesima candidatura all’Oscar grazie ad un personaggio che inizialmente sembra spaurito e costantemente a disagio: è davvero fuori posto, fuori dal suo elemento, ma semplicemente perché così le è stato insegnato a comportarsi, così la società le ha costantemente ricordato di dover essere.

Da grande attrice qual è, la Streep regala al suo personaggio una crescita esemplare e, nel corso di una semplice conversazione, con un banalissimo “however” (veramente da Oscar), trasforma la sua interpretazione e fa sì che la sua Katherine cominci a brillare. Così tanto da diventare un simbolo per tutte le donne americane solo grazie alle sue azioni, senza necessità di fare discorsi o retorica. Semplicemente dimostrando di saper fare il suo lavoro come e meglio di tanti altri. Un po’ come, se vogliamo, continua a fare Spielberg da diversi decenni a questa parte.

 

Gabriele Mascolo