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Referendum scacco al re

Il 2 giugno 1946, a distanza di poco più di un anno dalla fine della guerra, l’Italia diede il benservito alla monarchia scegliendo di diventare una Repubblica. A deciderlo fu uno scarto di due milioni di voti. Ma non mancarono i sospetti di clamorosi brogli.

Nel seggio romano di via Lovanio, quella mattina del 3 giugno 1946, pochi elettori aspettano il loro turno di voto. L’ingresso di re Umberto porta un po’ di scompiglio. Qualcuno batte le mani. Il presidente del seggio interviene e rimprovera il monarca che si è concesso all’applauso, l’ultimo della sua brevissima carriera di sovrano. Il re vota scheda bianca per l’elezione dell’Assemblea Costituente e scheda bianca per il referendum istituzionale che sta per decretare, con uno scarto di due milioni di voti, la fine della monarchia sabauda.

Adesso non rimane che aspettare i risultati. Umberto è quasi rassegnato al peggio, dopo una campagna elettorale senza comizi, perché un re fa solo proclami, ma fatta di presenze, di strette di mano, sfidando l’indifferenza e i fischi (furono massicci quelli di Milano) del Nord e traendo conforto dalla passionalità monarchica del Sud.

Il referendum lo hanno voluto i fedeli del Quirinale e i partiti moderati. Se l’Italia doveva decidere tra monarchia e repubblica, meglio fosse il popolo a farlo direttamente. La speranza dei monarchici era che, nel sentimento popolare, la memoria storica del ruolo di Casa Savoia nel Risorgimento, nell’Unità d’Italia, nella Grande Guerra, la paura del “salto nel buio” potessero prevalere sul fresco ricordo delle complicità di Vittorio Emanuele III con il fascismo, della fuga da Roma l’8 settembre del 1943, quasi sicuramente patteggiata con i tedeschi. Era l’ultima carta da giocare. Se il verdetto fosse stato affidato alla nascitura Assemblea Costituente, in cui era prevedibile una schiacciante maggioranza repubblicana, margini di salvezza non ce ne sarebbero stati.

Erano, comunque, pochi, anche perché era stata tardiva l’unica strategia possibile per rimontare l’abisso: quella di affidare la bandiera sabauda al parzialmente incolpevole (fu colpevole il suo ubbidiente silenzio) Umberto. L’avevano consigliata gli alleati angloamericani. Lo avevano capito anche i più fideisti fra i monarchi. Vittorio Emanuele III avrebbe dovuto passare la mano molto prima. Ma era rimasto testardamente avvinghiato al tono con l’escamotage della nomina del figlio a luogotenente del Regno, il 12 aprile 1944. Solo il 9 maggio del 1946 si era deciso ad abdicare.

Mancavano soltanto ventitré giorni al referendum che era comunque una “chance” e una vittoria dei partiti moderati, con alla testa la Democrazia Cristiana, alle sinistre che s’erano battute perché la scelta istituzionale fosse affidata alla Costituente.

Umberto s’impegna allo spasimo. Ha dalla sua l’inasprirsi dei rapporti fra gli alleati e l’Unione Sovietica e, all’interno, l’impressione di una minaccia comunista. Si rifiuta di controfirmare l’amnistia di pacificazione voluta da Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia, perché la considera troppo limitata, e, così, calamita i voti dell’Italia compromessa con il passato regime. Alla vigilia del voto, garantisce al Paese un secondo referendum, se la monarchia uscisse dalle urne vincente ma di poco, perché dice: “Non sarò mai re del 51 per cento”.

L’Italia monarchica si rianima. Ma, anche nelle previsioni, i conti non tornano. Le sinistre appaiono compatte nel “no”. La DC è ufficialmente agnostica come vuole il Vaticano che, però, attraverso parroci e sacrestie, sospinge i Savoia nell’anticomunismo. Il Quirinale può contare sul Partito Liberale, sull’Uomo Qualunque, sul Blocco Nazionale della Libertà guidato da Roberto Lucifero ed Enzo Selvaggi e, secondi i sondaggi, sul 17 per cento dei democristiani. Tutto portava a pronosticare una sconfitta.

E sconfitta fu, dopo un’altalena di notizie contraddittorie secondo l’andamento geografico degli scrutini. La mattina del 4 giugno i giornali monarchici danno per certa la vittoria. Ma, nella notte, Pietro Nenni, leader socialista, lascia filtrare la notizia: lo spoglio è quasi finito, la repubblica è in vantaggio. Alle 18 del 5 giugno, il ministro degli Interni Romita convoca la stampa. E’ ufficiale: gli italiani hanno mandato in pensione i Savoia. Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, è già salito al Quirinale per comunicare a Umberto il verdetto delle urne: “Maestà, non le nascondo che il primo a esserne dolorosamente sorpreso sono io”. 

E’ tutto finito? Pare di sì. Il re dice a De Gasperi che lascerà l’Italia non appena la Corte di Cassazione ratificherà i risultati. Ma, intanto, fa partire Maria José e i figli Maria Pia, Vittorio Emanuele, Maria Gabriella e Maria Beatrice. A Napoli, in rada, li aspetta l’incrociatore Duca degli Abruzzi, lo stesso che ha portato in esilio ad Alessandria d’Egitto il vecchio re Vittorio Emanuele III. La destinazione è il Portogallo. Quella sera, si fa accompagnare da un autista in un lungo giro per Roma: è l’itinerario sentimentale di chi sa di doversene andare per sempre.

Ma, intanto, fra i monarchici, c’è chi suggerisce al re di non arrendersi. I risultati ufficiali testimoniano che lo scarto è minimo: 12.718.641 di voti contro 10.718.502. Girano voci di brogli. C’è chi prospetta al re la possibilità di un atto di forza. C’è chi affida il “non mollare” a un ricorso. Il 7 giugno, Enzo Selvaggi lo presenta alla Corte di Cassazione perché sono stati trasmessi soltanto i dati relativi al numero di voti validi, mentre il decreto sul referendum impone che la maggioranza sia calcolata sul numero dei votanti, comprese quindi le schede nulle e quelle bianche. Questo calcolo ridurrebbe il distacco fra monarchia e repubblica a poco più di 5000 mila voti. Il ricorso radicalizza le posizioni e rende il sovrano assai meno convinto di fare le valigie. I fautori di un golpe premono. In un’intervista di anni dopo a Luigi Barzini junior, Umberto confermò “Non mi sarebbero mancati gli uomini pronti a seguirmi, né i mezzi. Ma non ho mai considerato questa possibilità perché avrebbe gettato il Paese inevitabilmente nella lotta fratricida e ne avrebbe messo in pericolo l’indipendenza e l’unità. Non potevo smontare io ciò che la mia casa aveva fatto”.

Finalmente, il 10 giugno, alle 6 di sera, la Corte di Cassazione ratifica i risultati, ma in modo ambiguo, rimandando a una sua “seconda adunanza” il giudizio definitivo “sulle contestazioni, i reclami e l’esame di circa un milione e mezzo di voti nulli”. Il re traccheggia. Dice a De Gasperi: “Non voglio restare un minuto di più del necessario, ma neppure un minuto di meno”.

Il “tira e molla” continua sino alla sera del 12, quando il Consiglio dei Ministri decide di stringere i tempi e investe De Gasperi dei poteri di capo dello Stato, esautorando il re senza attendere la “seconda adunanza della Cassazione”. Umberto si arrende. Rifiuta per l’ennesima volta il suggerimento dei più fanatici fra i suoi fedeli, quello di passare all’azione: “Non voglio un trono macchiato di sangue”. Scrive un messaggio alla nazione. Parla di dubbi, di sospetti, nella speranza di tenere accesa la questione istituzionale.

Alle 3 del pomeriggio, il “re di maggio” esce dal Quirinale. La bandiera sabauda viene ammainata. A Ciampino c’è una piccola folla. Umberto ha gli occhi lucidi. Alle 16.09 il Savoia Marchetti rulla sulla pista, si alza in volo e prende la rotta del Portogallo.

Giorgia Savo e Teresa Tamburlani

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