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RE VITTORIO EMANUELE III ABDICA MA NON SALVA LA MONARCHIA

Il 9 maggio 1946 è stata una data storica per l’Italia, preludio alla fine della monarchia e alla nascita della repubblica. Quel giorno infatti re Vittorio Emanuele III, che già dal 1944 aveva cessato di esercitare le funzioni sovrane, rinunciò anche al titolo formale di re, a favore del figlio Umberto II che già rivestiva

il titolo di luogotenente del regno. L’abdicazione, seppur inizialmente malvista dal re e dai partiti politici del C.L.N. dato che poteva compromettere una situazione già di per se piuttosto delicata, fu vista dagli ambienti monarchici come unica possibilità per scindere le sorti di casa Savoia e del futuro monarchico italiano. Vittorio Emanuele III allora redasse di suo pugno l’atto di abdicazione: “Abdico alla corona del Regno d’Italia, in favore di mio figlio Umberto di Savoia, principe di Piemonte. Firmato: Vittorio Emanuele III”. Dopo l’abdicazione Vittorio e Elena assunsero il titolo di “conti di Pollenzo” e la loro nuova destinazione era sconosciuta. La notizia dell’abdicazione giunse velocemente a Roma, dove i monarchici organizzarono una manifestazione in piazza del Quirinale: era atteso da Napoli Umberto di Savoia, ora Umberto II. Il nuovo sovrano apparve al balcone per rispondere all’entusiasmo dei suoi sostenitori; con lui anche Maria Josè e i figli Vittorio Emanuele, Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice. Quell’atto di abdicazione durato nella pratica cinque minuti, aveva però richiesto tutta una serie di contatti, di negoziati e anche di pressioni. Le ultime resistenze del sovrano erano state vinte quando più di qualcuno riuscì a dimostrare che già con l’atto firmato a Ravello il 14 aprile 1944, che instituiva Umberto luogotenente del Regno, Vittorio Emanuele aveva de facto rinunciato al trono: ora si trattava di dare a questa rinuncia il suggello giuridico. Ma la rinuncia di Vittorio Emanuele III a favore del figlio Umberto II non fu sufficiente a salvare la monarchia: il referendum del 2 giugno decretò la nascita della Repubblica. Informato del risultato, anche Umberto II seguì il destino del padre andando in esilio: ha regnato per soli 34 giorni.

Anna Rosatelli

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