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Perché cadde la monarchia

Non è mia intenzione stabilire quale sia meglio, la Repubblica o la monarchia. Esistono, e sono esistite, ottime e pessime repubbliche. Né quale istituto sia “reazionario”e quale “progressivo”: vi sono oggi repubbliche tiranniche e monarchie liberali. Entro certi limiti, queste forme sono solo bottiglie vuote che valgono quanto il loro contenuto. Neppure si vuole determinare in questa sede, quale delle due sia più adatta gli italiani, alla loro storia e anche la loro vita sociale.

Ciò che interessa è molto meno: ci si chiede soltanto perché la monarchia dei Savoia abbia perso il referendum del 1946. È vero che i soprusi dei ministri, le abili manovre legittime di Romita, le irregolarità nelle province e la pressione dei partiti ufficiali, hanno spostato un numero determinante di voti e influito sul risultato finale e, se è vero, cosa avrebbe potuto fare Umberto per impedire che la causa monarchica venisse compromessa irrimediabilmente? Non c’è risposta, non esistono ipotesi nella storia. Ciò che è avvenuto è ciò che soltanto poteva avvenire.

I contemporanei, talvolta, non se ne rendono conto e cercano ragioni, giustificazioni di ciò che vedono nelle piccole cose. Pensano che se qualcuno avesse detto, fatto, scritto, se il re, il governo, gli alleati avessero deciso questo o quello, tutto si sarebbe svolto diversamente. In realtà, il futuro si genera da sé, cogliendo gli avvenimenti e le occasioni.

Il futuro impiega ciò che trova, argomenti validi, assurde teorie, passa sulla via maestra della giustizia o per le vie traverse della frode, della violenza; non è sempre certo che il futuro porti con sé un progresso, né che miglioramenti siano bilanciati da perdite e danni.

Molto spesso la parte che soccombe è quella che la ragione e la legge difendono. La cosa è vera anche nella vita privata, nelle lotte tra potenze finanziarie e industriali. Il futuro obbedisce solo le proprie necessità. A conferma di questa tesi, si possono citare i Nobili Proclami che Francesco II indirizzò da Gaeta , nel 1860, alle potenze europee, per denunciare i soprusi di cui era stato vittima: il suo regno invaso da “bande di avventurieri” i confini violati degli eserciti di uno “Stato amico “, “senza provocazione e senza dichiarazione di guerra” il suo territorio ridotto a una sola piazzaforte assediata da forze di gran lunga superiori.

Martina Vulcano

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