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MUORE RIINA: NON È PIÙ “COSA NOSTRA”

Salvatore Riina, detto “Totò”,  è stato un mafioso italiano, legato a Cosa nostra e considerato il capo dell’organizzazione dal 1982 fino al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993.  Aveva anche altri soprannomi, come per esempio û curtu, per via della sua bassa statura e La Belva, adottato per indicare la sua ferocia sanguinaria. Riina incarnerà per sempre il simbolo di un’era che vorremmo tutti dimenticare: la scalata interna alla mafia corleonese, la conquista di Palermo, la sfida allo Stato, i suoi 24 anni di latitanza, i suoi 26 ergastoli. Riina stava scontando 26 condanne all’ergastolo per decine di omicidi e stragi, tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del ’92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del ’93 nel Continente.  Solo tre anni fa, parlando in carcere con un co-detenuto, si vantava dell’omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati. L’ultimo processo a suo carico, ancora in corso, era quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in cui era imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato.

È morto nella notte del 17 novembre alle ore 3:37. Malato da tempo, il boss era ricoverato presso il reparto detenuti dell’ospedale di Parma. Il capomafia, che giovedì aveva compiuto 87 anni, era in coma da diversi giorni dopo due interventi chirurgici.

In carcere, la prima volta, entra all’età di 18 anni. Poca roba, fino all’incontro con Luciano Leggio, all’epoca mafioso rampante che tentava di farsi strada. E’ lui il suo compaesano che a causa di un errore di trascrizione di un brigadiere passerà alla storia come Luciano Liggio, che farà entrare Riina in Cosa nostra. L’ascesa in Cosa nostra, ottenuta col sangue  e la violenza  inarrestabile,  va di pari passo con i primi delitti politici. Ma è negli anni 80 che il ruolo suo e dei suoi affiliati , i “viddani”, ovvero i villani di Corleone che hanno sfidato la mafia della città, diventa indiscusso. Soldi a fiumi con la droga, gli appalti e la speculazione edilizia. Il 12 marzo muore Salvo Lima, proconsole andreottiano in Sicilia. Il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al boss restarono però pochi mesi di libertà: il 15 gennaio del 1993 i carabinieri del Ros lo arrestarono dopo 24 anni di latitanza. Con la morte del padrino restano senza risposte molte domande.

Matteo Rosati