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La bellezza di essere umani

In questo periodo di crisi politica, disastri economici, ingiustizie sociali e molto altro è fondamentale mantenere vivi i rapporti umani, instaurare una relazione con altre persone al fine di fare del bene ed essere felici. Ma come? Qual é la strada da seguire? Come raggiungere l’obiettivo

Molteplici sono le risposte e vari sono i metodi per preservare questa “humanitas” terenziana. Un esempio fondamentale è l’esperienza di Donatella Giammatteo, professoressa e vicepreside presso il liceo scientifico e linguistico Ascanio Landi di Velletri (RM), la quale si è recata, come membro di un’associazione no-profit, in Africa per seguire e aiutare gli abitanti di un villaggio in Tanzania. A seguire, l’intervista effettuata alla professoressa.

 

“Che cos’è l’associazione di cui fa parte e qual è il ruolo che lei ricopre?”

 

“Si tratta di una onlus, un’associazione senza fini di lucro, creata nel 2010 a Brescia da alcune persone che hanno vissuto esperienze diverse di volontariato nel centro della Tanzania, a Pomerini. Questi volontari sono affiancati dall’ordine dei Frati Minori Rinnovati, che sono costantemente impegnati in questa area africana. L’associazione si occupa di raccogliere fondi al fine di costruire delle strutture utili alla comunità come una casa, un’infermeria, una serra, un’area ricreativa per l’istruzione dei bambini e altre attività. Io e mia figlia a Velletri abbiamo costituito una sorta di base per questa onlus e cercheremo il più possibile di consolidarla affiancando localmente questo volontariato.”

 

“È la prima volta che si reca personalmente a Pomerini?”

 

“No, sono già stata in Tanzania nel 2012. Essendo la mia prima esperienza ero abbastanza disorientata. Mi ero immaginata alcune cose e mi aspettavo di essere coinvolta in determinate vicende ma, effettivamente, una volta arrivata al villaggio, ho assistito a fenomeni notevolmente peggiori. Il viaggio è assai faticoso, richiede due giorni di continui spostamenti. Da Roma ci siamo imbarcate su un aereo e siamo arrivate a Il Cairo, da qui abbiamo viaggiato con un pullman per circa 700 chilometri su una strada sterrata a sole due corsie. Lungo la via non ci sono neppure aree di servizio. Quando mi capitò di viaggiare la prima volta, il pullman trasportava sugli scomparti sopra le nostre teste ceste piene di pulcini, quindi è stata dura ma ne è valsa sicuramente la pena. Arrivate a Iringa, siamo state accompagnate a Pomerini a bordo di una jeep guidata da uno dei frati minori. Siamo state in Tanzania per 15 giorni e mi sarebbe piaciuto rimanere ulteriormente, ma a causa degli impegni scolastici sono dovuta tornare in fretta.”

 

“Quali sono stati il suo primo e ultimo pensiero?”

 

“La prima volta ho conosciuto una realtà che mi ha sconvolto. Ho incontrato questi bambini che indossavano vestiti sporchi, strappati e ciabatte rotte. Da parte mia c’è stata la paura di toccarli ma dopo qualche giorno questa inibizione è svanita, grazie soprattutto al loro grande affetto, che non mi ha mai permesso di rifiutare o evitare un abbraccio. Ho cominciato a capire meglio quale era la loro situazione, molti sono orfani di uno o entrambi i genitori. Ciò che più mi ha colpito è stata la loro gioia. Loro stanno male però non si lamentano mai, hanno sempre un sorriso splendido sul volto ed uno sguardo che segna la loro innocenza interiore e la loro volontà di essere felici. È qualcosa che ti apre il cuore perché percepisci un’umanità che ti viene trasmessa immediatamente. Quindi, quando torni in Italia, mezzo cuore rimane là perché sai che hai fatto il massimo, ma avresti voluto fare di più e non riesci perché non c’è la possibilità. Però, hai la certezza di far parte di un progetto in continua crescita che ha permesso, permette e permetterà di rendere la vita di questi abitanti migliore. Questa esperienza è servita tanto a loro quanto a me. In particolare la seconda volta mi è apparsa naturale, quasi come arrivare fino a Roma e tornare. È nata spontaneamente la volontà di tornare a Pomerini per abbracciare nuovamente i ragazzi.”

 

“Qual è la cosa che più ci differenzia da loro e cos’è ciò che più ci accomuna?”  

 

“Naturalmente, ciò che più è distante da noi è la quotidianità. Sono persone che vivono in piccole e fragili capanne, cucinano con il fuoco, l’alimentazione è povera e semplice, l’igiene è primitiva, l’acqua deve essere raccolta con i secchi in un pozzo, non hanno un letto, chi dorme su un materasso è ritenuto assai fortunato. Nel 2012, non disponendo ancora dell’elettricità, la loro giornata era scandita dalla luce solare, stando poi vicini all’equatore vi erano 12 ore di luce, dalle 6 alle 18. Quando sono tornata in Africa nel 2015 invece ci sono stati numerosi cambiamenti. Ciò che più avvicina questa popolazione a noi occidentali è la tecnologia. Ora i ragazzi hanno addirittura cellulari che gli permettono di stabilire un contatto anche tra diversi villaggi, basti pensare che la città più vicina si trova a 60 km di distanza. Inoltre sono stati installati pannelli solari, quindi è stato possibile sviluppare un minimo di energia elettrica.”

“Il suo ruolo di professoressa ha contribuito a facilitare il suo operato?”

 

“Come professoressa avrei voluto fare molto di più, preparando schede di semplici esercizi, ovviamente in inglese dato che è l’unica lingua oltre lo Swahili che permette la comunicazione. Mi sono focalizzata sulla loro creatività e allora ho deciso di fargli disegnare un fiore colorato e ciò che più mi ha sorpreso è stata la cura che i bambini hanno applicato. Mi sarebbe piaciuto tenere alcune lezioni sull’AIDS, sulle infezioni e su argomenti che sarebbero utili alla loro situazione. Ho notato che in matematica sono particolarmente abili e tendono a ragionare abbastanza velocemente.”

“Qual è il ricordo più grande che si porta con sé?

 

“Quest’anno mi ha fortemente colpito la storia di Amili. Un bambino rimasto orfano a un anno di madre, scomparsa per AIDS. È stato affidato alla zia ma lei ha già cinque figli. Quando è arrivato all’associazione non riusciva a reggersi in piedi, a causa della debolezza fisica. Allora noi gli abbiao insegnato a gattonare, lo abbiamo nutrito e curato. Dopo solo una settimana era quasi in grado di camminare e qualche giorno fa sono venuta a sapere che ora Amili cammina.”

 

“Come essere umano, perché ha deciso di aiutare queste persone?”

 

“Ho fatto tutto questo non per mettermi a posto con la coscienza ma perché l’Africa è un continente meraviglioso. Qui è nata la civiltà umana e ciò si può percepire se ci si reca personalmente. Il fatto di sapere che noi abbiamo tutto e invece c’è gente che non ha niente mi fa stare male e sono consapevole del fatto che di certo non sarò io a cambiare la situazione ma, nonostante questo, posso rendere felici dei bambini e degli adulti attraverso un mio piccolo contributo, che comunque è necessario e lo si può capire stando lì con loro, vederli sorridere, anche dando loro un semplice biscotto.”

 

Queste sono semplici parole pronunciate da una donna che ha avuto il coraggio di agire per il bene, di mettere da parte i propri impegni per aiutare gente in difficoltà, che lotta ogni giorno per la sopravvivenza. Sono le parole di una professoressa che si è comportata da essere umano. Si tratta di un piccolo passo per l’umanità ma un grande passo per un uomo, anzi una donna per l’esattezza. Sono parole che richiedono cinque minuti di lettura ma che potrebbero ribaltare il pensiero di molti di noi. Come conclusione sono state riportate le esatte parole della vicepreside, che rappresentano un messaggio per tutti.

“Apriamo l’animo, guardiamo le persone per quello che realmente sono, nel profondo. Liberiamoci da tante cose e pensieri inutili perché lo stare vicini agli altri significa entrare in empatia con le persone.”

 

Adrano Borghi