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AMARTYA SEN

A proposito di FIL e a proposito del Bhutan, riflettiamo un po’ sull’economia leggendo il pensiero dell’economista Amartya Sen.

 

Amartya Sen, novembre 1933, economista filosofo premio Nobel per l’economia nel 1998.

Amartya Sen ha come centro della propria riflessione la discussione sulla disuguaglianza, considerata però in una nuova direzione: sostanziale eterogeneità degli esseri umani e la molteplicità dei punti focali attraverso i quali la disuguaglianza può essere valutata. Sen è convinto che gli individui siano diversi gli uni dagli altri e che quindi un progetto di uguaglianza è possibile realizzarlo solo contrastando la preesistente disuguaglianza. Insomma se da un lato è convinto che la disuguaglianza dipenda dalla felicità ricchezza reddito, variabili queste che determinano confronti , dall’ altra la disuguaglianza è determinata dalla diversità umana, da abilità diverse, cosa questa che si può definire naturale (un sano e un malato pur avendo lo stesso reddito non possono fare le stesse cose).

Sen, richiamandosi alla riflessione occidentale  da Aristotele ad Adam Smith, rivendica la necessità di mantenere sempre accanto al pensiero calcolante (scienza del governo e scienza della ricchezza), il pensiero pensante (metafisico ed etico, ossia quello capace di cogliere il senso, la direzione complessiva dell’agire umano). Da quanto detto si può evincere che secondo Sen il neopositivismo ha sicuramente contribuito a favorire un approccio troppo calcolante in economia, tuttavia non si può ridurre a ciò e quindi l’utilità individuale non è l’unica cosa che ha valore nel determinare le scelte delle persone. L’egoismo e i puri meccanismi di mercato hanno un ruolo importante ma limitato: “accade spesso che il  livello di reddito non sia un indicatore adeguato di aspetti importanti come la libertà, la possibilità di trovare un impiego, vivere in una comunità pacifica”, tutte queste cose fanno la qualità della vita che non possono essere oggetto di un approccio calcolante in economia, troppo riduttivo.Lo sviluppo dunque non può essere identificato con l’aumento del reddito pro-capite. I livelli di reddito della popolazione sono importanti perché ogni livello coincide con l’insieme di possibilità di acquistare beni e di godere del tenore di vita corrispondente; tuttavia l’analfabetismo, mancanza di libertà civili e politiche limitano pesantemente la libertà di azione delle persone.

La valutazione dello sviluppo non può, pertanto, essere separata dalle possibilità di vita e di libertà di cui godono le persone. Quale liberta?

Ci sono 3 accezioni di libertà: libertà-da (immunità); liberta-di (autonomia) e infine la libertà come capacit-azione (capability) ossia quelle possibilità di azione che una persona può mettere in atto, disponendo di una certa quantità di beni. Sen contempla particolarmente quest’ultima accezione: “la capacit-azione è ciò che vorrebbe essere la persona nella sua libertà […]”. Per fare in modo che le capacit-azione delle persone aumentino è importante: sfuggire alle deprivazioni più dure (morte, malattie…) saper leggere, scrivere, contare, poter godere di diritti civili e politici, tutto ciò insomma che consente alla maggior parte delle persone di scegliere una vita degna di essere vissuta. Per realizzare tutto questo come sostiene Sen, lo stato non deve rinunciare nemmeno in tempi di crisi a garantire l’istruzione pubblica, cure sanitarie, reti di sicurezza sociale, agevolazioni del microcredito, buone politiche macroecomoniche. La questione non è limitare, ma espandere la libertà, dobbiamo insomma liberare l’idea di libertà non come permesso ma come scelta.

Matteo Ascenzi

Francesco Manciocchi

Michele Vacca

Valentino Borro