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A 40 ANNI DALLA SCOMPARSA DI COLUI CHE PERSE LA VITA MA MAI LA DIGNITA’- IL CASO ALDO MORO.

A 40 anni dalla morte, il giorno 9 maggio, si commemora uno dei più grandi attacchi alla Repubblica, durante gli anni di piombo: l’uccisione del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro, rapito il giorno del 16 marzo 1978, da parte di un commando delle Brigate Rosse che prococò l’uccisione di 5 agenti della scorta, in via Fani: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino. Moro venne ucciso 55 giorni. Ma chi era il rilevante statista Moro? Fu tra i fondatori della Democrazia Cristiana, un partito che nel 1942 era formato soprattutto da giovani, di cui divenne rappresentate nonché segretario; all’ Università di Bari fu professore di diritto penale e docente per poi trasferirsi a La Sapienza di Roma. E’ ricordato come una personalità di altissimo livello in quanto, grazie all’analisi politica e sociale, sapeva cogliere tutti gli elementi di novità nel paese per costruire un futuro. Ebbe l’idea di inserire nei programmi didattici l’educazione civica, ormai poco considerata, si confrontò con ogni parte politica e prestò ascolto alle domande delle nuove generazioni. Aldo Moro, secondo alcune testimonianze, venne ucciso per due motivi: il primo motivo fu il suo intento di attribuire al popolo la sovranità monetaria e il secondo motivo fu la sua “strategia dell’attenzione”. Nonostante la vittoria alle elezioni del suo partito (DC), decise di ascoltare le proposte del Partito Comunista per arricchire il paese anche del loro contributo. Non considerò come nemici i membri del Partito Comunista ma, bensì, come persone con un punto di vista differente. I servizi segreti sovietici, americani, inglesi e francesi erano a conoscenza dell’intento delle Brigate Rosse e contrari a Moro perché convinto che i comunisti potessero creare una forma di comunismo nella democrazia, e ciò rappresentava un attacco al dogma sovietico, per esempio; dunque, probabilmente, i servizi segreti erano favorevoli all’uccisione del Presidente. Inoltre, Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, rispettivamente ex Presidente della Repubblica ed ex Presidente del Consiglio, erano a conoscenza del luogo in cui Aldo Moro venne tenuto prigioniero, ma non venne mai salvato, ed è per questo che, dopo 25 anni di indagini sul caso, il giurista Imposimato ha dichiarato che Cossiga ed Andreotti condannarono a morte, con il silenzio, l’autorevole statista. Il caso Moro rappresenta una delle immagini più buie della storia della Repubblica Italiana, ma non è solo un ricordo, bensì la sua personalità dovrebbe rappresentare una testimonianza da seguire non solo da parte dei politici, ma anche dei giovani, tra i quali molti non sono a conoscenza del caso e dell’autorevolezza dello statista. Questo paese infatti fatica a fare i conti con il proprio passato, ma senza la sua conoscenza e condivisione non si può costruire un futuro, ricadendo, dunque, sugli stessi errori. Nelle scuole superiori si dovrebbero trasmettere dei valori per sviluppare un pensiero critico ed essere a conoscenza di tali fatti e personaggi dell’epoca, nello studio della Repubblica Italiana. Lo stesso caso Moro ha segnato la fine di una fase della Repubblica nata dopo la Seconda guerra mondiale, quella delle speranze e delle ambizioni, ed è anche da traumi come questi che poi si sviluppò la crisi ideologica e morale del paese. In occasione dell’anniversario della morte anche la Rai ha voluto rendere omaggio ad Aldo Moro con un docu-film in cui Sergio Castellitto veste i panni del Professor Moro in particolare, mediante la ricostruzione di documenti originali e la voce dei suoi ex studenti, e con un monologo scritto e recitato da Luca Zingaretti. Un esempio raro di televisione pubblica che offre un momento di riflessione.

Giuditta Romaggioli