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͞Tutto davanti a questi occhi͟, quando piangere non basta.

Per la prima volta, Sky, Rai, Mediaset e LA7 hanno concordato di trasmettere il racconto della tragica storia di Sami Modiano, uno dei pochi sopravvissuti al campo di sterminio Auschwitz Birkenau, nella stessa serata, in ragione del valore e del significato civile della sua testimonianza.

Sami racconta la storia del suo incontro ravvicinato con la morte, non soltanto per ricordare e commemorare la Shoah, ma perché tutti, soprattutto i giovani, possano capire, per evitare che un orrore del genere si presenti nuovamente. ͞Sono stati duri gli anni successivi alla liberazione͟, ci racconta. Per un sopravvissuto i ricordi portano ad incubi, paure, depressione, ma testimoniare e parlare con i giovani gli è stato di aiuto per avere una spinta a continuare, a non smettere e soprattutto a vivere. Questo è ciò che Sami capì la prima volta che tornò ad Auschwitz, ma oggi e` accompagnato da ragazzi e ragazze, che gli hanno aperto il cuore e soprattutto gli occhi, per spingerlo a testimoniare e a non chiudersi in se stesso, da 11 anni a questa parte. Sono forti le testimonianze che porta alla luce, soprattutto il momento più duro forse per le famiglie ebree, quello della separazione al momento dell’arrivo nella fabbrica della morte.

Ci racconta che il dolore non era ancora del tutto presente negli istanti che precedevano la separazione tra uomini e donne, semplicemente perché ancora avevano con sé la propria famiglia, ciò che avevano di più caro, tra una moglie, un marito, un figlio, una figlia e così via. Quando poi però veniva dato l’ordine della separazione, forti erano le reazioni da parte dei prigionieri, come ad esempio quella del padre Giacobbe nel momento in cui gli venne strappata dalle braccia la sua bellissima figlia di 16 che aveva educato e cresciuto con tanto amore, un vero fiore strappato da un prato verde e fertile. Lucia, appunto, era la sorella di Sami, che dopo la morte della madre, prese il suo ruolo come punto di riferimento, ͞la cosa – dice Modiano – che più avevo di valore nella mia vita͟. Ciò che lo spinse a lottare furono le parole di suo padre dopo la morte di suo sorella Lucia, avvenuta all’incirca un mese dopo dall’arrivo nel campo: “Tieni duro Sami, tu ce la devi fare!”, e così fu, l’unico sopravvissuto della sua famiglia, dato che suo padre decise di recarsi in ambulatorio per incontrare prima la morte, dopo la scoperta della morte di suo figlia. L’unica ͞gioia͟ che ci racconta Sami, fu appunto la morte della madre, avvenuta un anno prima della deportazione. Anche se sentì la mancanza di una figura materna, era felice del fatto che lei non avesse vissuto quel dolore infernale, quel freddo gelido di Gennaio che faceva perdere conoscenza, e che non avesse avuto l’obbligo di vivere e vedere TUTTO DAVANTI AI SUOI OCCHI. Questo è il suo ricordo gioioso di quell’infanzia segnata dall’orrore e dal male, la tomba di sua madre, a cui ogni tanto porta un fiore e per cui ringrazia Dio, di non averle fatto vivere l’inferno nazista.

Giuditta Romaggioli